«Croce è uno dei prosatori più nitidi ed esatti, più avvincenti, più acuti ed arguti del nostro secolo. Da ritrovare, da riscoprire, da godere» scriveva Sciascia presentando una cronaca crociana della Napoli del Seicento. E quanto sia veramente da godere, lo si avverte leggendo con qual gusto egli registra la risposta, forse aneddotica, che diede un buon medico che cercava di strappare Luisa Sanfelice alla forca in cui il feroce giustiziere la voleva affrettare: «Sentite consigliere; se c'è persona, che meriti la forca, siete voi. Pure, vedete, se voi foste condannato a morte e diceste d'essere gravido, io l'attesterei». Frase troppo bella, troppo napoletana, per essere vera, ma che Croce registra a causa della sua sapidità destinata a dar piacere al lettore. Giusta la sentenza di Sciascia, leggendo questa cronaca sulla eroina della rivoluzione del 1799, quasi si capisce che oltre l'evento storico e il riportarlo in tutta la sua verità, incerta per l'aura di leggenda intorno, gli interessa il mezzo attraverso cui renderla: il racconto, il narrato della storia, l'intreccio, l'atmosfera. Luisa Sanfelice - che nell'anno della rivoluzione Partenopea sventò una cospirazione sanfedista e reazionaria contro i repubblicani, e per questo fu prima «madre della patria» poi, col ritorno del re, arrestata condannata e giustiziata, nel lamento della pietà comune, e nonostante «la congiura del buon cuore a Napoli si era stretta a favore della sventurata donna» - è vista dal Croce come una donna «di poca testa» e debole, sposa sfortunata, innocente dell'accusa di repubblicanesimo, vittima del «fato di bella giovane donna, rea di amore o per amore». E la sua vicenda è raccontata con una scrittura tenace, ironica, in sapiente delizioso indimenticabile crescendo narrativo: il fatto, i dubbi, l'avventura, l'attesa del compiersi fatale, l'ambientazione e il mormorio del mondo, gli aneddoti, la viltà, la ferocia e l'orrore finale.
«Croce è uno dei prosatori più nitidi ed esatti, più avvincenti, più acuti ed arguti del nostro secolo. Da ritrovare, da riscoprire, da godere» scriveva Sciascia presentando una cronaca crociana della Napoli del Seicento. E quanto sia veramente da godere, lo si avverte leggendo con qual gusto egli registra la risposta, forse aneddotica, che diede un buon medico che cercava di strappare Luisa Sanfelice alla forca in cui il feroce giustiziere la voleva affrettare: «Sentite consigliere; se c'è persona, che meriti la forca, siete voi. Pure, vedete, se voi foste condannato a morte e diceste d'essere gravido, io l'attesterei». Frase troppo bella, troppo napoletana, per essere vera, ma che Croce registra a causa della sua sapidità destinata a dar piacere al lettore. Giusta la sentenza di Sciascia, leggendo questa cronaca sulla eroina della rivoluzione del 1799, quasi si capisce che oltre l'evento storico e il riportarlo in tutta la sua verità, incerta per l'aura di leggenda intorno, gli interessa il mezzo attraverso cui renderla: il racconto, il narrato della storia, l'intreccio, l'atmosfera. Luisa Sanfelice - che nell'anno della rivoluzione Partenopea sventò una cospirazione sanfedista e reazionaria contro i repubblicani, e per questo fu prima «madre della patria» poi, col ritorno del re, arrestata condannata e giustiziata, nel lamento della pietà comune, e nonostante «la congiura del buon cuore a Napoli si era stretta a favore della sventurata donna» - è vista dal Croce come una donna «di poca testa» e debole, sposa sfortunata, innocente dell'accusa di repubblicanesimo, vittima del «fato di bella giovane donna, rea di amore o per amore». E la sua vicenda è raccontata con una scrittura tenace, ironica, in sapiente delizioso indimenticabile crescendo narrativo: il fatto, i dubbi, l'avventura, l'attesa del compiersi fatale, l'ambientazione e il mormorio del mondo, gli aneddoti, la viltà, la ferocia e l'orrore finale.